C'è una fotografia, tra le molte che Pino Gastaldelli ha raccolto con passione documentaria nel corso di quasi mezzo secolo, che più e meglio di molte parole parla per lui del suo talento di saper «vedere» per tempo i quadri. In questa fotografia, di dimessa eloquenza, alle spalle di Gastaldelli seduto, sono visibili cinque opere di Birolli, Burri, Ensor (la più piccola, in basso), Fontana e Scanavino.
La foto è del 1958, e le date, come sempre, hanno la loro importanza. Ora, nel 1958 – Pino aveva 33 anni –, pochissimi potevano vantare (è il caso di dirlo) in casa propria opere di quegli autori, specie per quanto riguarda Burri, Fontana e Scanavino, allora tutt'altro che consacrati. Quella foto, da sola, dà la misura del fiuto di un cacciatore di tele che già da qualche anno si muoveva con abilità e preveggenza nell'ambiente artistico, dove l'aveva portato una passione istintiva, che ancora oggi lo sorregge.
Di quel tempo Pino ha conservato, credo, un innato spirito anarcoide, una certa baldanza insofferente delle convenzioni che in parte deriva dal suo essere un milanese verace. Da lui ho imparato cose che non si trovano nei libri: aneddoti di prima mano sugli artisti e informazioni sui quadri che spesso mi hanno aiutato a meglio «leggere» e capire un frangente di vita, un episodio o magari un'epoca – quella della Milano anni Cinquanta-Settanta – di cui Pino è certamente uno dei testimoni più attendibili e preziosi.
Di questo lo ringrazio, come lo ringrazio, in questa felice occasione, delle molte ore trascorse in compagnia sua e di altri nel suo regno, la Galleria di via degli Olivetani 12 a Milano, una sorta di piccolo santuario laico di cui lui è il simpatico gran sacerdote e Giovanna Jelo l'ancella efficiente.
Massimo Cescon